Pomeriggio successivo.
Di nuovo metro, verde-rossa.
Piccola escursione mentale
Appena arrivato a Milano, ricordo, disegnavo la città in base alle fermate, il mio senso d'orientamento era legato fortemente a quei pallini posti su quelle fuorvianti stringhe colorate. Ahimè, non immaginavo che certe piazze fossero così lontane da come nella mia testa le immaginavo. Se ci penso ancora un attimo, riesco ad a collocare Lanza a SOLE 3 fermate da casa mia (potrei farmela a piedi dicevo, prima di capire che ci avrei messo mezz'ora).
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Oggi ho letto, avevo voglia, avevo testa, avevo occhi per farlo. La strada ferrea da fare era lunga e mi piaceva sapere che avrei sfogliato diverse pagine prima di protocollare il segnalibro.
Sono arrivato dove sapevo di arrivare già qualche ora prima. Ero in anticipo (come sempre), mi son seduto e ho aspettato leggendo. La panchina era figa, tubi metallici simmetrici che ti facevano realmente venir voglia di poggiare il tuo peso su di essi. L'ho fatto sentendo un lieve brivido inanimato contagiarmi anche le gambe, ho pensato: "tra un pò si riscalda e passa tutto", invece no, non passava quella sensazione di paralisi ematica. Allora ho emanato il primo verdetto:"queste panchine non servono per sedersi ma solo per sostare qualche secondo", buttando giù anche qualche ipotesi:
a) In realtà erano state create per la metro di Mumbai
b) Avevano previsto un impianto di riscaldamento ma son finiti i fondi
c) Le panchine sono inutili in una Metro, quindi servono solo a fare scena
Fatto sta, che ci son rimasto seduto quasi mezz'ora (facendo l'uomo intrigante con il libro aperto in mano).
Ogni volta che alzavo lo sguardo per scorgere la sagoma desiderata, c'era qualcuno che mi guardava. Ma perché mi guardano? Non hanno mai visto nessuno sedersi qui a leggere? Sarà per il cappuccio verde che mi copre il "Gulliver" per evitare che faccia la stessa fine dei piani bassi?
Dopo 10 minuti ho capito, non guardavano me, erano interessati a ciò che c'era dietro: un elenco interminabile di eventi in programma da adesso fino a non so quando. E io che credevo di essere un tipo interessante da osservare, in realtà ero solo un essere umano che limitava la vista di un cartellone (delusione post realizzazione).
Ho deciso di alzarmi ed elevarmi a piano terra. Ho scelto un angolo ben articolato, tra le scale mobili e un muro vitreo. Mi piaceva quel metro quadro, c'era un ottima prospettiva sul panorama, riuscivo ad avere tutto sotto controllo e sapevo che chiunque avesse deciso di scendere giù nelle viscere meccaniche e rumorose non avrebbe potuto non notarmi (l'unica cosa che mi rendeva insicuro in quell'istante erano un paio di pantaloni).
Oggi l'inverno mi ha ribadito il concetto: "Sto arrivando F. non hai scampo!" e io ero pronto a rispondergli: "Vieni pure, sono pronto!"
Mi son rullato una sigaretta, oggi ho comprato il tabacco che ieri non avevo (Golden Virginia non ti tradirò mai più), avevo in compenso dimenticato l'accendino, così ho ispezionato l'area in cerca della persona con lo sguardo disponibile e il passo meno frettoloso per poter dar vita a quel piccolo cilindro bianco. L'ho trovata, mi ha risposto in inglese ed io eccitato da tanta internazionalità ho ringraziato in modo corretto colorando nel frattempo la punta della sigaretta di rosso.
Sigaretta tra le dita, ero pronto ad osservare.
Ho abbozzato un video, canzone "Protection":
1° scena
I colori del pavimento si sporcavano delle ombre e dei piedi dei passanti, a volte erano 5, a volte 50, era bello vedere lo strano effetto che faceva. Onde di piedi e ombre che si scagliavano ognuna con la propria intima velocità su quel pavimento a tratti blu, a tratti bianco. Qualcuno barcollava e solo un mega cartellone mi ha illustrato il perché.
2° scena
Riprendevo le scale li sullo sfondo. Contavo le persone che ci passavano in 10 secondi, poi in 1 minuto. Ho fatto la media, ho calcolato per sesso, età (ipotetica) ed etnia.
Fissavo le scale non per il semplice gusto di farlo, c'era un motivo. Aspettavo il profilo giusto.
3° scena
Sapevo che stava arrivando e sapevo anche che l'avrei riconosciuta dai colori che avrebbe portato al collo.
Li conosco fin troppo bene quei colori, come riconosco la prassi dei suoi passi e l'ondulare dei suoi capelli.
4° scena
Scende le scale, è li, è li.
mi libero della brina sulle labbra e tendo all'insù la mimica facciale.
Arriva.
Stasi apparente, turbinio effettivo.
E' vero, le scarpe nere ci stanno meglio
