martedì 29 marzo 2011

Viaggio lunare - a denti stretti

Così parlò l'uomo che di notte trovava se stesso.

Ritrovarmi per caso a scrivere con un sottofondo musicale inadeguato non è da me.
Per questo aspettate un attimo. Torno subito.



Ok. Ci sono.
Annullo la percezione dello spazio, metto la mia tuta lunare (di quelle col casco figo, che con la luce del sole mostra la terra in tutto il suo fievole splendore) e mi lancio alla ricerca di mondi sconosciuti.

Occhio, il tubo dell'ossigeno è troppo corto.
Non mi serve!


Nell'apnea risiede il segreto del nostro io. Il rimanere senza fiato ci regala quel frammento cristallino della nostra anima. Un secondo che ne vale mille di respiro regolare - il cervello sente l'assenza di materia prima, il cuore si accontenta di sangue riciclato ma continui a vivere - e lo fai solo con la forza del tuo pensiero, in una sorta di telecinesi interiore.

Cammino leggero sulla crosta lunare abbandonandomi al morbido sostegno gravitazionale che mi dondola a ritmo di Azure. Attorno a me solo crateri - enormi buchi esistenziali che cerco di evitare (e in cui molte volte son caduto).
Ma non è il momento di precipitare, è ora di avere equilibrio, metterci l'astuzia e la coordinazione di un tempo, quella che mi permetteva di scivolare attraverso le stagioni credendo in me stesso, prendendo e dando spallate come un giocatore di rugby che corre verso la meta, suo unico obiettivo che con coraggio e cuore saprà raggiungere.
Sorrido all'idea di un giocatore di rugby sulla luna, che rimbalza qua e ad ogni minimo placcaggio, sotterrato sotto una montagna di uomini e idee mentre bacia la polvere dove Armstrong (e Aldrin, non dimentichiamolo!) lasciò l'impronta del suo piedone in scatola. La bandiera americana sarebbe la meta - io una volta raggiunta la spianterei e la lascerei vagare per il cosmo a ricordare al pianeta terra che non siamo più in guerra fredda, che l'america non è più l'america.

Che noi siamo abbastanza emancipati per trainare il mondo verso una nuova concezione sociale e democratica. Noi, generazione senza senso, che non ha fatto la guerra, che non ha fatto il militare, che ha conseguito la laurea breve (e non triennale), che non ha la possibilità di avere un ruolo nel mondo del lavoro, che non è rispettata, tutelata.
Noi, che siamo la generazione del non.
E colgo l'occasione per dire a mio cugino che lui potrà aver anche fatto il militare ma non sa cosa significhi vivere lontano da casa ed emanciparsi. Ai miei zii, che un geometra comunale non è un cazzo, è la puttana dell'ingegnere, il servo degli imprenditori, non venitemi a dire orgogliosamente che si è sistemato, quando di sistemati non ha nemmeno i denti.

La luna ad occhio sembra lontana ma è ad un passo da noi. Un attimo puoi esser li a contemplare la tua coscienza e subito dopo trovarti a scatenare la tua ira più terrena.
Così mi tocca riacquistare concentrazione per ricominciare a fluttuare. Sono ad un passo dal mio primo contratto ma me ne sbatto. Ma è anche vero, che un po' di stabilità economica sarebbe utile a farmi sopravvivere in questa città che tanto amo e tanto odio, una città fatta di mezzi puntuali, parole insensate come briffare, wanne be, call of action, conference call...
...una città popolata da persone tutte skipass e lampade costose.


Questo week-end dove andiamo? A Curma o Cortina?
Andarti a farti fottere ogni tanto no?

Come non sei mai stato in montagnaa?
NO CHE CAZZO VUOI.

Il mio fondamentalismo non è morto, tace in silenzio e si riversa sulla folla come un ninja, 0 rumore, 100% letale.
In maniera frammentata, scheggio quelle persone che mi ritrovo ad aver di fronte, che mi inondano di paranoie frutto di stucchevoli problemi cerebrali mentre io ogni giorno contino a fare il conto degli spiccioli che mi rimangono sperando mi arrivino quei quattro soldi dovuti alla mia prostituzione intellettuale. Mi irrito come un bambino toccato da una splendida medusa, graziosa nel suo essere letale. Mi irrito ogniqualvolta mi ritrovo a pensare alla mia solitudine intrinseca, dovuta alla totale differenza che corre tra me e gli esseri umani di questa metropoli, chiedendomi perché non riescono a capirmi, perché non si sforzano di percepire il mio stato d'animo considerandomi solo un essere asociale e schivo. A quel punto realizzo che non mi importa che loro capiscano, che forse non ci provo nemmeno sul serio a spiegarglielo (e poi so che mi basta Tarulli).

Chiariamo, Milano non è una città da radere al suolo, ci sono persone che la rendono speciale, quelle persone alle quali devo la mia permanenza, i miei sorrisi (se pur discontinui e avari).

Nell'eterna mia solitudine notturna, inglobato dalla placenta lunare, so che è giunto il momento di stringere i denti e perché no di mostrarli, mentre dichiarano guerra alla inconsistenza delle vite altrui, alla banalità dei pensieri che orbitano intorno al mio asse. Stringere i denti, credere in me stesso, formulare un piano di fuga, dalla staticità, dalla inconsistenza del mio posto di lavoro, dalla futile geolocalizzazione. Per adesso il mio posto è qui, mi facesse largo chi non è in grado di reggere i miei labirintici pensieri, non ci posso far niente, se mio padre mi ha insegnato a pensare.

Ritornando dalla luna. Tutto ritorna a grandezza naturale. Ma è sempre troppo piccolo per gli obiettivi che ho giurato di raggiungere.
C'è ancora troppo poco attrito tra gli ostacoli e il mio ego - sempre luminoso, sempre pronto a darmi forza.





E tu a 14 anni sei mai andato a lavorare alle 4,30 per 3 mesi per comprarti lo scooter?





martedì 11 gennaio 2011

It's a brand new day...e vaffanculo (nervosismi consapevoli)



Questo è un post nervoso.

Di quelli che quando li scrivi le dita scattano da sole sui tasti incolpevoli.

Questo è un post dedicato ad un cambio di rotta lento e doloroso ma che ha avuto la giusta conclusione.


Dilato le pupille e mi ritrovo disincantato di fronte a sagome che per molto tempo hanno emanato luce intensa - una luce che oggi io non vedo più. Rimangono le ombre del tempo consumato lentamente in un bisogno autodistruttivo di sentirsi legato a speranze. Abbagli di cotone che avrebbero dovuto spezzarsi al primo strappo sul dirupo ma che invece hanno retto il gioco perverso di un uomo che ama giocare con il proprio istinto, con la propria capacità di provare dolore all'infinito in una stanza buia illuminata solo da quel meschino sogno evanescente.






L'autodistruzione non è un dispositivo a tempo, non esiste un pulsante che riesca a fermarla. Una volta partita, l'autodistruzione scivola lentamente tra le tue ossa rubandoti un centimetro di vita alla volta. Inizia dai tuoi passi, lega i lacci delle tue scarpe con un nodo che non ti permette di muoverti. Così la vita sociale se ne va a puttane lasciandoti solo le onde telefoniche che utilizzi nel peggior modo possibile: chiedi aiuto, secerni parole acide e false che non fanno altro che renderti insopportabile alle orecchie di chi cerca (come può) di neutralizzare il meccanismo malvagio che ti tiene sotto scacco.

Poi tocca al sonno, scompare e riappare quando non dovrebbe, si nutre del buio per farti rimanere sveglio, azzera il tuo bioritmo con un bug irrisolvibile. Per ultimo l'autodistruzione invade i tuoi sogni, quelli ad occhi aperti soprattutto - perché quando riesci a dormire lo fai perché sei sfinito - e quando lo sei non c'è spazio per scarti mentali combinati.

I sogni ad occhi aperti sono crudeli perché li ricordi, non puoi svegliarti, perché lo sei già. Si mangiano lo stomaco lasciando che i succhi gastrici circolino per le arterie bruciandoti il sangue.


Sono arrivato in fondo, sono stato a 12 mesi sotto terra. Sono poche le cose che mi hanno fatto respirare li sotto: casa, il mare, Tarulli, il cinema.

Ho scavato a mani nude fino alla lapide che mi ero costruito da solo. Una volta arrivato al piano terra, ho preso tutta la rabbia che avevo dentro e ho iniziato a gridare, a rompere quella lastra di marmo con su inciso il mio nome.


Oggi, sancisco il totale annientamento del dispositivo che mi stava facendo morire. Oggi, le cicatrici mi ricordano che un attimo di felicità non vale un anno di inferno. Oggi guardo quelle sagome e le trovo semplici figure umane con difetti che la mia cecità sentimentale mi impedivano di vedere.

Mi do un valore e alzo l'asticella delle mie pretese, perché dall'ultima partita persa ho capito che ho dato tutto senza aver niente in cambio (se non piccoli attimi di felicità intensa). Perché io merito di essere corrisposto, di aver in regalo un mattino sereno, sicuro, dove non io non sia costretto a scappare al primo accenno di alba. Perché non si possono giocare partite dove solo tu hai solo una vita da usare come posta, dove solo tu non hai una strada più sicura di percorrere. Non puoi essere solo tu il coglione che alla fine rimane completamente nudo ad aspettare un giorno che non arriverà mai. E vi giuro che non arriverà mai (e non ho più una cazzo di intenzione di aspettarlo).

Io non so essere egoista come te, come molti. Io sono sincero, non nascondo niente. Io non tremo quando provo qualcosa. Io rischio a costo di rimetterci la pelle. Ma non ne vale più la pena oggi...e non perché abbia perso le speranze ma perché le ho ritrovate, ma non riguardano te.


I'm the bullet in the gun. Ricomincio a correre, segnato, ridisegnato, rigenerato con ali nere e mantello.

La notte è mia e il giorno anche. It's a brand new day...e vaffanculo.




Sorry, ma il posto non è più riservato


sabato 1 gennaio 2011

Questa è per te

Mi si chiudono gli occhi.

Sono stanchi, provati dalla notte appena trascorsa.

Non si lamentano, continuano a tener duro, permettendomi di abbozzare un discorso privo di senso ma promesso a me e a te che mi stai leggendo.

Tu che sei tornato a casa con l'idea che svegliandoti il mondo ti apparirà più equo.

Ma queste oneste parole, sono anche per te, che sai che non cambierà niente, che il reset annuale non è altro che un'illusione utile solo a farti passare una notte in più tra alcool e ragazzine che giocosamente (ma anche non) cerchi di infatuare con il tuo sorriso e le tue battutine banali su quanto la scollatura di chi hai di fronte rechi sbalzi emozionali (e non solo) alla platea che ti accerchia.


E' il 2011, wow.

Ti senti strano?

Si, ho fumato ancora troppo poco



Ma non posso dimenticare di dedicare queste mie prime frasi poste in ordine logico a te, Felice. Essere speciale per la mia persona, per la mia integrità intellettuale e psichica.

Sei stato felice, a tratti, brevi ma indimenticabili.

Sei stato male, a terra. Ti sei sentito inutile, per molto, troppo, tempo.

Hai preso fiato, hai riflettuto e ti sei ritrovato, tu hai trovato la forza di provare a saltare il muro di gomma contro il quale continuavi a lanciare testa e cuore, rimbalzando sul pavimento freddo e sconnesso del tuo monolocale.

Tu hai guardato oltre, hai pensato a mente sgombra, hai voluto bene a te stesso. Hai riformulato i rapporti, hai ascoltato i consigli.

Tu, ancora una volta, mi hai stupito e io ti ringrazio per tutto quello che mi hai fatto provare.

Senza di te, sarei come un iPod senza i Radiohead, inutile (da rottamare), senza di te io non sono me, senza di me, tu non sei Felice.







La fish eye e il sushi, 2 a 0 per te



venerdì 24 settembre 2010

Tetsuo元気ですか。( How are you Tetsuo)

Joy Division, si credo vadano bene.
Non fa bene restare a casa 5 giorni su 7. Ma c'è quell'attimo, verso le 19.00, che mi ritrovo sul divano e penso che non metter piede fuori dal mio monolocale renderà la serata più tranquilla, meno soggetta a squilibri. Così decido che rimarrò li, impantanato tra la mia coperta e il posacenere che mi chiama ogni volta che dalla finestra perennemente aperta (in attesa di Peter Pan?), un piccolo sospiro ventoso porta la cenere nelle mie narici incitandomi ad attivarmi per tirar su un'altra cicca.
Sto vedendo troppi film, tanto da perdere la cognizione del tempo, non so più a che ora, per consuetudine acquisita negli anni, un ragazzo dovrebbe esser sveglio e quando dedicarsi alla pura arte del sogno.
In realtà, capita che non io riesca a distinguere la semplice realtà da quanto in quello stesso istante io stia immaginando. I due copioni si sovrappongono, giuro che mi è capitato di fare colazione in un villaggio giapponese durante l'epoca dei samurai e di cercare tra le cartacce il numero di telefono di Clementine.
Quante volte mi son fermato a parlare in coreano (naturalmente con sottotitoli) con monaci, uomini d'acciaio e fratelli yakuza emigrati a Los Angeles.
Non è affatto male, specialmente quando ti spunta alle spalle un demone con la testa di una mucca, assassinato in un istante da un petroliere del Kansas, che passa il suo tempo a fotografare una donna, moglie di una rock star paranoica e suicida di Manchester.

Ehi Tetsuo! Come te la passi?
Sto bene anche se mi sento un po’ arrugginito.
Non dirlo a me!

Ecco, è certo, mi servirebbe una vacanza da questa vita. Vacanza intesa come un lavoro stabile, frequenti rapporti con esseri umani, 8 ore di sonno al giorno, rigorosamente sul letto e non dove capita, un numero limitato di sigarette e di tazze di caffelatte, pranzo alle 13.30, nutriente, sano, da consumare seduto.
Sarebbe bello se accadesse, per adesso la vedo dura.

Ho poche idee per la testa, forse perché ho sempre pensato che la mia ispirazione derivasse dallo stare troppo bene o troppo male. Così a volte, mi ritrovo a voler progettare un nuovo video senza gli attrezzi adatti per costruirlo. Forse è anche per questo che mi nutro di idee altrui, che provo a perdermi nelle storie di qualcun altro dimenticandomi per qualche ora della mia. Provo piacere a veder vite distrutte e ricostruite, assassini fantasmagorici e rinascite contro natura. Mi da un senso di sollievo, quasi mi convince che la vita che vivo io, non è altro che un soggetto scritto così da un professionista (o da me stesso negli anni) e che basterebbero gomma e matita per rivoluzionare le pagine che io stesso sfoglierò domani.

C'è un foglio bianco li, incollato al muro, che aspetta di essere tracciato e ripreso ma so già che passeranno settimane prima che accada. Lo lascerò appeso, a ricordarmi che un foglio bianco da dipingere c'è sempre e che al momento opportuno, quando avrò forza e idee, lo spazio per esprimermi, per sperimentare nuove sfumature, ci sarà sempre.


Rubiamo a Mondadori e paghiamo a Feltrinelli.

lunedì 12 luglio 2010

Adattamenti appiccicosi



Non si può decidere cosa fare della propria vita in una settimana. O forse si.
Perché è quello che sto facendo io.
La finestra questa volta non mi da consigli ma solo il senso di vuoto e la mancanza di appigli necessari. Sporgo la testa e vengo risucchiato da 5 piani di domande poste una sopra l'altra come i libri della biblioteca di Alessandria. Domande dalle più stravaganti sfaccettature divise per argomento e dead line.

Allora riporto la testa al di qua delle sbarre protettive, qui al sicuro da ogni terminale enigmistico giusto per non sentirmi ancor più soffocato di quanto già io sia. L'afa appiccicosa non aiuta a sviluppare linee discorsive, anzi, ne accentua il difficile cammino verso una sintesi finale e risolutiva.
La pelle pesa come un'armatura di piombo e attorno al cranio si fa cassa armonica di un concerto dove un quartetto d'archi striduli riesce ad andare a tempo solo sul primo rigo del pentagramma perdendosi in armonie aritmiche una volta a capo.
I suoni si fanno stonati, le note non significano niente.

Le gocce di sudore subiscono la forza di gravità con minuziosa lentezza, zelanti nel loro dovere di mantenere la mia temperatura corporea ad un livello accettabile.
Fa caldo in questa estate che non avrei mai previsto passasse in questo modo.
Ma le previsioni son fatte forse per non essere rispettate perché a novembre speravo nella felicità, a marzo, sotto il freddo boia speravo che nel caldo avvolgente dell'estate milanese avrei trovato la tranquillità, in giorni di buoni propositi e grandi progetti.
Ma nulla di questo si è compiuto, ma se ci pensiamo, solo nel vangelo le cose vanno a finire come previsto, da millenni si sapeva già che qualcuno si sarebbe sacrificato per il bene del mondo e così è stato.
Ci sono costanti che non cambiano, vero, come la Germania tra le prime 4 del mondiale, la guerra in Afghanistan che anche con Obama continua a mietere vittime innocenti, l'assoluzione di Berlusconi e Co. da tutti i reati dei quali sono stati accusati.
Queste sono le costanti, ma parliamo di fatti inerenti a situazioni che non appartengono al mondo in cui io respiro, quello delle persone normali.

Per quanto riguarda noi, semplici bipedi brandizzati dalla testa ai piedi il discorso è diverso perché i binari portano ogni giorno verso destinazioni diverse, perché basta una parola per deviare la parabola del nostro pensiero, perché molte volte il proiettile previsionale che spariamo incrociando le dita, incontra sulla sua corsa sempre un elemento sabotatore che ne condizionerà la traiettoria o che sposterà il bersaglio.
Bisogna sapersi adattare ad ogni piccolo cambiamento di rotta.
Questione di istinto, questione di culo, a volte.



Lei non si sente pronta, io tremo

mercoledì 23 giugno 2010

Mi fai andare a letto please?

Pagina bianca.
Fottuta pagina bianca.
Non si può sperare di scrivere tranquillamente parole tranquille mentre si è tranquilli?
Non sia mai che mi capiti di combinare le dita sulla tastiera pensando a qualcosa di normale, dai colori tenui, dai contorni ben definiti. Non capita mai. E questo è un limite (non potrò mai fare lo scrittore per mestiere...ma chi vuole farlo?).
Ma cosa voglio fare allora? (ecco spunta l'argomento arzigogolante).
"Voglio fare il comunicatore". Wow...ho proprio le idee chiare no? (Cerca di sforzarti... focalizzati su quello che ti piace, su quello che vuoi diventare o su quello che sei).
Non sono un cazzo. Chiaro? Ok, allora concentrati su chi vuoi essere.
Voglio essere me stesso, ma se te stesso non è un cazzo non rischi di ricadere in una fase di stallo di definizione personale?
E anche se fosse, che c'è di male ad avere le idee confuse? 10 anni fa i TomTom non esistevano eppure si arrivava dall'altra parte della città senza problemi.
Quindi non mi mettere ansia.
L'esperienza saprà indirizzarmi (il classico finale rassicurante, falso falso e falso).
Ma scusa, allora, se non sai cosa vuoi fare, non credi di essere qualcuno adesso, se non credi nemmeno che l'esperienza potrebbe darti una mano, MI DICI COSA CAZZO VUOI DA TE STESSO?
Non so nemmeno questo.
Ok.
Va a letto (e la prossima volta evita di usare turpiloqui vari).
Ci proverò.
Notte



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