Ho corso da S. Agostino fino a casa. E non solo fino al primo ostacolo ligneo goloso di materiale ferreo intagliato.
Ho divorato anche i 5 piani che separano l'asfalto dal mio soffitto, l'ho fatto con così tanta energia che sembrava dovessi lasciare le mie impronte su quegli scalini tanto sconnessi quanto poetici.
Gli scalini sanno essere poetici. Sanno esserlo ogni volta che suonano una nota diversa ad ogni passo avanzato (capita di cantarci su), ogni volta che ti donano un battito in più che porterai con te fino al divano, il traguardo.
Perché l'ho fatto?
Non chiedetemelo, non so nemmeno se quello che ansimava tra le prime molecole d'inverno fossi io.
So solo che chiunque stesse correndo in quell'istante avesse tante piccole vescicole sinaptiche che gironzolavano frenetiche per la testa (modello Lust for life meno eroina...si intende).
Ma se provassi a sforzarmi, a ritornare a quel momento ecco come lo descriverei (io o chi correva?):
"Esco dalla metro, non ho letto, non avevo la concentrazione giusta per intraprendere un dialogo tete a tete con delle pagine inchiostrate da parole dal profumo appassionante, inizio a correre, le scale mobili sembrano impazzite, o sono i piedi a renderle tali, salto il tornello, da vero corridore o da sborone pronto a dimostrare a quelle due persone presenti quanta prestanza atletica avessi in corpo.
E via, scale secondo atto, questa volta restano ferme quasi sfidandomi a superarle.
Una volta su, il caldo appiccicoso e sporco della metro lascia spazio alla sana (si fa per dire) aria milanese, che è eccitata all'idea di potermi avvolgere con la sua mescola fredda e tagliente.
La sento, ma poco, perché le guance cominciano a intasarsi di rosso traffico che riscalda persino il naso (povero naso, sempre li in avamposto a sfidare qualunque nemico atmosferico)."
Queste le prime sensazioni, esterne, che quasi non mi appartenevano, perché immerse nella scenografia della strada, delle persone che mi vedevano sorpassarle, che mi sentivano arrivare grazie al rumore che le braccia producevano sfregandosi con il resto del corpo.
Scassinando le casseforti mnemoniche potrei rendere percepibile cosa stessi provando dentro:
"E perché mi sento così?
Vitale, confuso, quasi imbarazzato da tanta energia interiore. Un'energia tanto grande da sovrastare l'avanzata della stanchezza.
Era li la risposta, io sapevo che era li. Mi dicevo: "Non perdere tempo, potresti trovarlo a casa il motivo per il quale maltratti i tuoi polmoni", chiedendo loro uno straordinario notturno, del tutto inaspettato.
Il motivo giaceva realmente a casa, come una reliquia in terra santa, o acqua su marte (così preziosa, così affascinante).
Metacarbone, benzina, adrenalina, eccitante. Sostanza straordinaria capace di spingerti verso nuove mete, nuovi stimoli."
Adesso sono a casa. Sul mio divano (spero che il divano di Parma non legga quest'ultima stringa lessicale, lo amo ancora e non vorrei che si ingelosisse).
Adesso è tutto chiaro, forse lo era già prima, ma preferivo arrivarci pian piano, perché il piacere della scoperta interiore è qualcosa della quale non farei mai a meno.
Volete sapere cos'è?
Potete chiamarla in qualunque modo, l'importante è che manteniate immutata la sua bellezza stilistica, culturale, emozionale, la sua profondità interiore, la sua aliena capacità di comunicare senza parole (e l'altrettanta perfezione nello scegliere le parole giuste quando serve).
Non mi dite il suo nome, perché nemmeno io mi permetterei di sillabarlo alla finestra, nemmeno io oserei donarlo alla notte chiedendole in cambio pace interiore.
Non cerco la pace, non cerco la gloria, non voglio certezze.
So cosa ho, so cosa do, so cosa sogno.
Rivoluzione solare, rotazione terrestre, ascesa sensoriale.
Moto interiore.
Devo cambiare tabacco.

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