Vivere una festa alla quale non ti senti legato, che non riguarda te, come la pasqua per un musulmano o Manuel Agnelli al concerto di Laura Pausini, fa uno strano effetto.
C'era una così alta densità di polvere elettrica che ne potevi percepire l'allergico effetto anche se la la tua struttura ossea non si combinava con essa.
Le onde ritmiche dei cuori di 100 mila persone, le vibrazioni sonore di un popolo bicolore che ha visto negli anni prevalere il nero, che ha patito ad ogni sconfitta, delusione, rendevano piazza duomo una scatola magica pronta ad essere aperta da intense grida di gioia. Una tifoseria che ha udito promesse che non sono state mantenute, testimone di brillii momentanei e destinati fatalmente a svanire, come in una eterna Waterloo, fine di un sogno chiamato impero.
Nell'aria c'era speranza, orgoglio, rivalsa e consapevolezza che un sogno poteva realizzarsi.
Ho sentito questo frullato di sensazioni al passaggio tra bottiglie di birra vuote, nicotina anti-stress palpabile e vessili nerazzurri. La respiravo e mi faceva bene, mi solleticava facendomi sorridere ma, arrivata al nucleo della mia persona si bloccava. Una barriera di anticorpi di diverso colore sbarravo la strada a quella sensazione di benessere facendomi tornare la memoria. "Non è mia questa festa, per quanto bella sia".
E succede che i pori della pelle tirano su il ponte trasformandomi in un semplice osservatore, freddo cronista di un rito chiamato calcio che voglio o non voglio ha condizionato la mia vita da sempre.
Le partite in strada, una pallonata nella pancia che quasi mi fece svenire all'età di 8 anni, lo scavalcare i cancelli di ogni casa possibile per recuperare il pallone. E ancora, le sfide con gli altri quartieri, le finali perse e quelle vinte, la bandiera cucita da mia madre fino a una gomitata nell'autunno milanese.
Tutto torna, mi riscopro capace di essere felice per dei colori, niente male come sensazione assopita.
Voleva Madrid, l'ha conquistata.

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